Elezioni catalane. CiU vince, però Mas perde il suo obiettivo politico

Pubblicato in The Post Internazionale

Musi lunghi e smorfie di delusione. Era sufficiente guardare gli occhi dei militanti del partito nazionalista CiU per capire il risultato elettorale catalano. Raccolti a decine nell’elegante Paseo de Gracia di Barcellona, aspettavano che il loro leader si affacciasse al balcone del lussuoso hotel Majestic, dove da giorni era pronta la scenografia per celebrare la vittoria in queste elezioni definite storiche. E storiche lo sarebbero state soprattutto per lui, Artur Mas, il presidente della Catalogna che, forte di un appoggio nel Parlamento regionale e nell’opinione pubblica, aveva deciso di anticiparle, con un solo obiettivo: convertirle in un referendum sull’indipendenza e raggiungere una ‘maggioranza eccezionale’ che gli permettesse di guidarne il processo. Ma non è andata così e nessuno avrebbe mai immaginato che il copione di questa vittoria avrebbe avuto un finale così agrodolce.

Perché, numeri alla mano, CiU ha vinto: è il primo partito del Parlamento regionale, con il 30 per cento dei voti e 50 deputati (su 135), e supera di gran lunga il secondo, gliindipendentisti di sinistra di Erc, che raccolgono il 13 per cento e 21 deputati. Ma il tentativo di Mas di capitalizzare nelle urne il malcontento di chi auspica per la Catalogna un futuro da ‘nuovo Stato d’Europa’ gli si è rivolto contro. Infatti CiU non solo non raggiunge la maggioranza assoluta, ma perde 12 seggi e soprattutto quella stabilità politica che gli aveva permesso di governare con una maggioranza relativa. “Non ci aspettavamo per niente questo risultato”, ha riassunto Margarita Poch, una veterana militante avvolta nella bandiera ‘estelada’, simbolo dell’indipendentismo. “Sono troppi anni che aspettiamo e questa era la volta buona. Ora sarà tutto più difficile”. E guardava in su in attesa che Mas dicesse una parola di conforto. Quando ormai i dati erano definitivi, Mas e i principali dirigenti del partito si sono affacciati al balcone. Nei loro volti il tentativo di mascherare la delusione. “Sebbene non abbiamo raggiunto la maggioranza che auspicavamo, guideremo questo governo e continueremo lungo il cammino del referendum”. E infine un’apertura: “Ora abbiamo bisogno che anche altre forze politiche condividano con noi la responsabilità del processo”.

Erc si assumerà tutte le responsabilità che le corrispondono e sarà all’altezza di questo momento storico”, gli rispondeva Oriol Junqueras, presidente del partito indipendentista di sinistra, rivolgendosi alla platea che lo aveva ricevuto tra grida di gioia nella sua sede elettorale. Sul volto rubicondo di questo giovane professore di storia prestato alla politica si disegnava il sorriso della soddisfazione. L’elettorato indipendentista non si è fatto ammaliare dalle sirene del voto utile di Mas e ha deciso di appoggiare chi ha scommesso da sempre sulla separazione della Catalogna da Madrid. “Mas ha copiato il nostro discorso e la gente ha preferito l’originale alla copia”, gridava Roger Casanova per superare il frastuono dell’inno catalano cantato a squarciagola dalle centinaia di militanti accorsi a festeggiare. Nelle sue mani la ‘estelada‘ e una bandiera irlandese, simbolo della lotta contro l’invasore britannico. “È un momento di gioia immensa. Adesso puntiamo dritto al referendum”, affermava Ernest Benach, presidente dal 2003 al 2010 del Parlamento catalano. “Onestamente, però”, concludeva, “non so come riusciremo a formare un governo insieme a CiU”.

Nuovi e incerti scenari

Infatti, il quadro politico che si delinea ha i contorni dell’incertezza. Queste elezioni, che hanno registrato un’affluenza record (il 69 per cento), si caratterizzano per una nuova redistribuzione dei voti lungo i due assi perpendicolari del sistema politico catalano – ‘catalanismo/spagnolismo’ e ‘sinistra/destra’ – che rende più complicati gli equilibri e più instabili le alleanze. L’opzione di governo più plausibile è un patto di legislatura tra CiU e Erc che porti alla convocazione di un referendum sull’indipendenza nei prossimi 4 anni. Tuttavia, due questioni di fondo potrebbero minare il patto e condurre, a medio termine, a nuove elezioni. I due partiti maggioritari divergono su praticamente tutte le altre scelte politiche. CiU rappresenta gli interessi della borghesia catalana e si è sempre contraddistinto per una politica liberista e vicina alle grandi imprese. In più, parte del suo elettorato si è rivelato reticente alla nuova impronta indipendentista di Mas. Ciò spiega la crescita considerevole del partito civico Ciutadans, che passa da 3 a 9 seggi, e il risultato positivo del Partito Popolare, che sebbene aumenti solo di un seggio la sua presenza nel Parlamento (da 18 a 19), registra una vittoria simbolica nel braccio di ferro col catalanismo.

Erc, invece, è espressione di una sinistra impegnata nella difesa delle classi popolari e difficilmente potrebbe condividere la politica di tagli sociali che ha caratterizzato il governo di Mas negli ultimi due anni. In questa tornata elettorale, CiU ha scontato anche il logorio della crisi economica e soprattutto l’impopolarità della sue scelte improntate all’austerità. In questo senso si spiega la crescita degli ecosocialisti di Icv, che raccolgono i frutti di un’opposizione dura e passano da 10 a 13 seggi, e l’ingresso per la prima volta in Parlamento degli indipendentisti indignati del Cup. Pertanto, resta un’incognita se la bandiera dell’indipendentismo riuscirà a tappare le differenze ideologiche. Nel caso in cui l’esito delle urne dissuadesse la dirigenza di CiU a continuare il cammino intrapreso sulla strada della secessione, potrebbe delinearsi la possibilità di una Grosse Koalition con i socialisti del Psc che permetta la governabilità. Socialisti che escono fortemente debilitati – registrano il peggior risultato della loro storia in elezioni regionali (da 28 a 20 deputati) – e che vedono naufragare la loro timida e tardiva proposta federalista sugli scogli dell’indipendentismo. Del tutto improbabile, infine, un accordo col Pp, che negli ultimi due anni ha sostenuto la politica economica del governo. Gli elettori di CiU non perdonerebbero a Mas un tradimento così palese delle sue promesse elettorali.

La questione nazionale

Se si sommano gli schieramenti favorevoli all’indipendenza e quelli invece più vicini alla Spagna, il risultato è praticamente invariato rispetto al 2010. Infatti, si contano 87 deputati teoricamente catalanisti contro 48 chiaramente spagnolisti, mentre nel 2010 il rapporto era di 86 a 49. Una delle ragioni per cui Mas ha indetto le elezioni anticipate era proprio quella di fare breccia nelle posizioni unioniste, per mettere alle corde Rajoy e raggiungere il numero simbolico dei due terzi del parlamento. Il fatto che il risultato sia rimasto invariato, invece, delegittima il presidente catalano agli occhi dell’opinione pubblica spagnola. Dal momento che Mas stesso aveva personalizzato l’obiettivo secessionista e si era identificato messianicamente con l’intera Catalogna, ora il suo tonfo elettorale viene letto come una sconfitta dell’intero indipendentismo. Dopo aver incendiato le aspettative della società catalana, adesso si ritrova col cerino in mano. Resta da vedere se preferirà spegnerlo nella fontana della governabilità o soffiare con identica forza sulle rivendicazioni indipendentiste.

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