Quando piovevano bombe italiane

Pubblicato in The Post Internazionale

Il dispaccio non contemplava remore: «Iniziare da stanotte azione violenta su Barcellona con martellamento costante e diluito nel tempo». Firmato: Benito Mussolini. L’ordine telegrafato da Palazzo Venezia la sera del 16 marzo 1938 era d’esecuzione immediata. Decine di bombardieri Savoia S-79 dell’Aviazione Legionaria (la Regia aeronautica Italiana sotto mentite spoglie) decollarono dall’aeroporto di Palma di Maiorca per vomitare – durante tre giorni consecutivi, per un totale di 12 raid a intervalli di 3 ore – 40 tonnellate di bombe sulla capitale catalana. Una di queste, alle 13.38 del 17 marzo, colpì in pieno centro della città un camion che trasportava dinamite. La gigantesca esplosione annientò veicoli, tranvia e interi edifici e provocò la morte di circa 500 persone.

L’episodio, conosciuto come la bomba del Coliseum, è rimasto marchiato a fuoco nella memoria collettiva della popolazione per la sua brutalità tanto quanto il bombardamento di Gernika nell’aprile dell’anno precedente. “Le sirene che annunciavano la fine di un bombardamento e l’inizio di un altro si sovrapponevano e non si sapeva quando inziava uno e quando finiva l’altro”, ricordava pochi giorni fa, durante le commemorazioni ufficiali del 75º anniversario dell’offensiva aerea, Pilar Llompart, sopravvisuta allo scoppio di una bomba che cadde sulla sua casa, a due passi dalle Ramblas. Le stime ufficiali calcolano che solo in quei tre giorni morirono a Barcellona 875 persone, di cui 118 bambini.

È provato quanto Mussolini fosse rimasto soddisfatto da quella dimostrazione di forza del fascismo e della ripercussione che aveva avuto nel mondo. Qualche giorno prima, infatti, Hitler aveva portato a termine l’Anschluss dell’Austria e nei piani di Mussolini bisognava dimostrare di cosa sarebbe stata capace l’Italia in caso di conflitto. Poco importava che le cavie di quell’operazione fossero i barcellonesi, convertiti in pedine di un gioco mortale.

Gli effetti sulla popolazione civile furono devastanti, per il panico di non sapere quando sarebbe arrivato il bombardamento successivo”, spiega Joan Villarroya, professore di Storia contemporanea all’università di Barcellona (UB), “ma anche per la coscienza dell’impunità di cui godevano gli attaccanti”. Proprio per rimediare a quell’impunità, due mesi fa il tribunale di Barcellona ha accettato di aprire un’inchiesta per crimini di guerra commessi dagli aviatori italiani che presero parte a quei bombardamenti.

La causa è stata portata avanti dall’associazione AltraItalia e in particolare dal gruppo Altra memoria (www.altramemoria.org), che si sono dichiarate parte civile nel processo, e prende le mosse dalle denunce di Alfons Cánovas e Anna Raya, due sopravvissuti a quei bombardamenti. “Si tratta di fare finalmente giustizia, di indagare a fondo su dei crimini contro l’umanità”, afferma Marcello Belotti, rappresentante di AltraItalia. “L’obiettivo è denunciare la responsabilità dello Stato italiano in una delle peggiori ingiustizie e criminali aggressioni commesse dall’Italia fascista”.

Se fino al 1958 l’Italia aveva continuato ad esigere dal dittatore spagnolo Franco il pagamento delle bombe sganciate sulle città spagnole, sarà ora il tribunale di Barcellona a decidere se lo stato italiano – che formalmente non aveva mai dichiarato guerra alla Spagna – dovrà ricompensare le vittime di quei bombardamenti ed implicarsi nella costruzione di una memoria europea comune.

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