Belfast. L’eredità dei ‘Troubles’

Pubblicato in La Repubblica – Le inchieste

Belfast, protests in catholic Ardoyne neighborood during 12th of July Orange March. © M. Ansaloni

La voce di Séanna Walsh non ha alcun tentennamento. “Anche se lo avessi fatto, non lo direi qui, adesso, davanti a un registratore. Perché non sono mai stato inquisito per un fatto del genere”. Nessuna inflessione, nessun cambio nel suo timbro. “Sono stato arrestato per possesso di armi, per aver pianificato un attentato dinamitardo all’esercito britannico”. Neanche una scossa. “Ma non sono mai stato condannato per omicidio”. 

Solo un rapido, inconsulto, battito di ciglia cambia la sua posizione sulla sedia, al centro della sala nuda. La cadenza delle sue parole solo è assecondata dal picchettio costante della pioggia di luglio sulle finestre dell’associazione Tar Anall, che si occupa della reinserzione degli exdetenuti dell’IRA. A pochi metri dall’edificio di mattoni rossi e bianchi, poche auto e ancor più scarsi pedoni percorrono Falls Street, il viale che porta dall’emblematico quartiere cattolico al centro de Belfast, dove fervono i preparativi dell’annuale Marcia Orange.

Tutti gli anni, da più di tre secoli, ogni 12 luglio gli affiliati alle logge massoniche del Regno Unito percorrono le città nordirlandesi per celebrare la vittoria nel 1690 del re protestante Williamo III d’Orange sul cattolico James II. Negli ultimi anni, l’evento mette sempre più a dura prova l’ancor fragile convicenza sancita con gli accordi di pace del Venerdì Santo, firmati nell’aprile del 1998. Un patto che cercava di porre fine a decenni di violenza tra unionisti leali alla corona britannica e repubblicani a favore della riunificazione politica d’Irlanda, un conflitto in cui, solo a partire dalla drammatica Bloody Sunday del 30 gennaio 1972, avevano perso la vita almeno 3.500 persone. Tuttavia, quindici anni dopo la storica firma tra il governo britannico e quello irlandese, l’eredità si questa guerra a continua a incidere il volto di Belfast. Almeno 99 muri – battezzati non senza involontario sarcasmo peacewalls– continuano a separare i quartieri cattolici e quelli protestanti e rimangono testimoni privilegiati della sfiducia che ancora attanaglia la città.

“La guerra non siamo andati a cercarla. Non abbiamo invaso un altro paese. La guerra è entrata nelle nostre strade quando l’esercio britannico è atterrato qui e ha portato con sè la paura e le armi”. La voce bassa di Séanna Walsh riempie la grigia sala con i ricordi della sua militanza tra le fila dell’IRA per più di tre decenni. Nel 1973 fu arrestato per la prima volta, a soli 16 anni, mentre rapinava con altri compagni una banca. Sentenza, cinque anni. Nella famigerata prigione di Long Kesh, dove gli fu riconosciuto lo status di prigioniero politico, diventò amico di Bobby Sands. Walsh –che alcuni anni fa ha deciso di utilizzare anche il suo cognome gaelico Breathnach- fu liberato a maggio del 1976, ma tre mesi dopo fu arrestato nuovamente perché in possesso di un fucile. Sentenza, dieci anni. “Sento rimorso per il fatto che degli esseri umani siano stati assassinati e per alcuni amici che non ci sono più. La violenza disumanizza tutto quello che la circonda. È indifferente come si cerchi di giustificarla, non rende le cose più facili”, mi spiega Walsh. Ma la sua conclusione è inesorabile. “La guerra è questo: ammazzare persone, ditruggere cose. Fai quello che devi fare e mantieni la speranza che la tua ideologia ti permetta di sopportarlo”.

Nel momento in cui arrivò all’H-Blocks, Walsh aderì a tutte le proteste che i detenuti repubblicani organizzavano per recuperare il loro status di prigionieri politici, abolito dal governo britannico nel 1976. Dapprima ci fu la blanket protest, la protesta delle coperte; più tardi, i prigionieri iniziarono la dirty protest: si rifiutavano a lavarsi, radersi o tagliarsi i capelli e tiravano i propri escrementi alle pareti delle celle. Infine nel 1980, davanti all’intransigente opposizione di Margaret Thatcher a intavolare un dialogo, alcuni iniziarono uno sciopero della fame, che finì con la morte di Bobby Sands e di altri 9 attivisti. Durante quegli anni, Walsh era diventato l’ufficiale al comando dei detenuti dell’IRA rinchiusi nell’H-Blocks. Fu rimesso in libertà dopo sette anni e sette mesi, ma catturato poco dopo con l’accusa di fabbricazione di esplosivi e bombe. Sentenza, ventidue anni. Recuperò definitivamente la libertà grazie all’amnistia prevista negli accordi del Venerdì Santo del 1998. Aveva quarantadue anni ne aveva passati la metà in carcere.

“Quando eravamo giovani, eravamo attivisti politici con le armi. Ora continuiamo ad essere attivisti politici, ma senza armi. L’obiettivo rimane lo stesso: vogliamo un’Irlanda libera dalle interferenze britanniche”, argomenta Walsh, lui che il 28 luglio del 2005 apparse in video per annunciare la fine della lotta armata dell’IRA. In questo modo, si convertì nel primo membro dell’organizzazione dal 1972 a fare un comunicato senza indossare il passamontagna. Ora Walsh lavora per il partito repubblicano Sinn Féin ed è responsabile di Coiste na nlarchimí, l’associazione che organizza gli incontri tra gli ex detenuti dell’IRA e quelli delle organizzazioni paramilitari unioniste. Una delle attività più rilevanti di Coiste sono i political tours, le visite guidate ai murales di Belfast. Ed è facile incontrare i gruppi di turisti che in taxi percorrono i luoghi simbolo dei Troubles, come i pub degli attentati più drammatici o la famigerata Corte di Giustizia di Crumlin Road. Tuttavia, l’attrazione più richiesta sono i murales che tappezzano tutta la città. Enormi e colorati, interrompono la regolarità delle villette di mattoni rossi. Si stagliano come un segno d’identità e di rivendicazione, ma soprattutto raccontano la storia martoriata della città. “Ma se vuoi conoscere il lato unionista della storia”, mi consiglia Walsh prima di salutarmi, “dovrai parlare con Plum”.

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Belfast, Falls road Sinn Fein headquarters with-Bobby Sands mural.

William Plum Smith sta seduto nella sua auto, proprio davanti a un murales che commemora un militante protestante assasinato dall’IRA. A pochi metri c’è il check-point del quartiere di Shankill. Smith sa che fino a pochi anni fa non si sarebbe mai azzardato ad attraversarlo, perché gli avrebbero sparato. “Durante i Troubles quel cancello era sempre chiuso. Il fatto che ora sia aperto rappresenta un ritorno alla normalità”, mi dice prima di mettere in moto. Smith collabora con l’associazione EPIC, che organizza i tour guidati nel lato protestante della città. Presente tra i fondatori del Red Hand Commando, nel 1972, Smith formava parte dell’organizzazione paramilitare Ulster Volunter Force (UVF), responsabile dell’omicio di centinaia di presunti simpatizzanti dell’IRA, in molte occasioni colpevoli solo di essere cattolici. Incarcerato per anni nella prigione di Long Cash, agli inizi degli anni ’90 iniziò a partecipare ai primi negoziati con i repubblicani. “Abbiamo iniziato a lavorare insieme in carcere, perché stavamo nella stessa merda”, mi spiega mentre guida tra le case addobbate con l’Union Jack e le foto della regina Elisabetta. All’improvviso, gira per un viale lunghissimo costeggiato da un muro alto 20 metri e coronato da una barriera metallica. È il Peace Wall, il muro pieno di murales che per vari chilometri divide i quartieri più conflittuali di Belfast. “Le nuove generazioni sono nate quando il muro era già stato costruito, non sanno come c’era prima. È come un mobile di casa”, mi dice Walsh mentre la pioggia fuori daui finisetrini confonde i colori dell’enorme parete. “Probabilmente il muro ce l’abbiamo in testa”.

Una ricerca dell’università Queen’s di Belfast condotta in dodici quartieri della città ha rivelato che il 68% dei giovani tra i 18 e i 25 anni non ha mai avuto una conversazione con un coetaneo dell’altra comunità. “Uno degli ostacoli più difficili da superare per raggiungere una riconciliazione è quello del sistema educativo”, spiega il professor Bill Rolston, uno dei più importanti esperti in processi di transizione politica, davanti a una tazza di tè. “Per come funzionano le cose, io potrei andare ad una scuola cattolica a quattro anni, dopo passare ad un’altra scuola cattolica agli undici; a diciotto iscrivermi ad un college diretto da cattolici e infine trovare lavoro come maestro in una scuola cattolica e andare in pensione a sessantacinque anni, senza mai relazionarni con altre persone che con quelle della mia comunità”. Rolston, che insegna all’Università dell’Ulster, riconosce che “è come stare in una bolla e questa è la realtà del 90% degli studenti. Che ci siano due sistemi educativi differenziati, uno per protestanti e l’altro per cattolici, è un problema”. Come conseguenza di questa situazione, uno studio della sua università ha registrato che solo il 14% degli abitanti dei quartieri più conflittivi è favorevole all’abbattimento dei peacewalls. Tuttavia, Rolston ammette che c’è stato un cambio importante. “In molti sensi l’Irlanda del Nord è un posto irriconoscibile, se paragonato al paese di cinquanta o trenta anni fa. Ricordo che nel 1974 scoppiò una bomba a poche yards da qui, nella zona universitaria, che distrusse tutta la strada. Se avessi visto le foto scattate subito dopo, ti sarebbe sembrato di stare a Sarajevo”. Sorbendo un altro sorso di tè, Rolston conclude: “Belfast ora è una città piccola, movimentata, carina e sotto la sua superficie c’è una trasformazione impossibile da immaginare fino a pochi anni fa”.

Belfast, Shakill road neighborood. © M. Ansaloni

“Belfast è cambiata profondamente dalla firma degli Accordi, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo economico, la rigenerazione e il suo rebranding, ribadisce Milena Komarova, investigatrice sociale della piattaforma Conflict in Cities. “Ora è conosciuta per essere la città del Titanic, dei più di 50 festival, e questo movimento attrae molti turisti”. Dal 2004 all’anno scorso, di fatto, il numero di visitatori dell’Irlanda del Nord è cresciuto del 40%. “Nonostante questo”, spiega Kumarova, “il cambio non ha toccato tutti alla stessa maniera. C’è una relazione molto stretta tra le condizioni socioeconomiche, la segregazione e la violenza. Nelle zone di West e North Belfast, dove si concentra la maggioranza dei muri di separazione”, conclude Kumnova, “la situazione attuale è simile come era prima”.

William Smith è arrivato a una zona di Shankill dove si alternano cantieri edili abbandonati e terreni incolti. Su una spianata si alza un enorme pira di legno. Inchiodate alle tavole ondeggiano alcune magliette biancoverdi della squadra di calcio del Celtic e varie bandiere irlandesi. Sono lì pronte per essere bruciate la notte dell’11 luglio, alla viglia della Marcia Orange. “Hai visto che situazione?”, mi chiede Smith, indicandomi le migliaia di case vuote”. “L’unica, vera divisione è quella economica”. Poi gira per alcune strade e mi riaccompagna al check-point.

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